Recensione: Ataraxia

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Artista: Ataraxia
Titolo: Deep blue firmament
Etichetta: Sleaszy Rider Records/Metaversus PR
Formato: CD
Anno: 2016
Con una carriera così lunga alle spalle, costellata di pubblicazioni eccellenti, partecipazioni a compilazioni, tributi, ed una serie innumerabile di esibizioni dal vivo, anche oltre-Oceano, accostarsi all’ennesima manifestazione della bravura e della determinazione dei modenesi è come socchiudere la porta d’una stanza rimasta ancora inesplorata, quando il resto della magione ci è noto. Chissà cosa ci attende, la mano trema sulla maniglia polverosa, ma infine la apriamo… Lasciarsi avvolgere dalle spire ammalianti di “Delphi” e di “Message to the clouds” è come assorbire del balsamo che ci inebrierà in un attimo, per poi lasciarci quella sensazione di pace interiore che non ci abbandonerà per il resto della giornata. Il firmamento evocato nel titolo viene solcato lungo queste dodici canzoni, sfiorando le stelle che lo punteggiano e che in questa stagione, l’Autunno che ci prepara ai rigori della stagione fredda, risaltano vieppiù sulla nera coltre che ci sovrasta. Ora che la calura estiva ci ha abbandonati, spazzata via dai primi venti calati da Est e da Nord, tutto è più chiaro, definito, ed allora lasciamoci andare alla contemplazione e dedichiamo loro un brandello del nostro tempo, usciamo e leviamo lo sguardo al cielo! Le due tracce citate e “Greener than grass” possiedono una grazia dream-pop che il genere ha smarrito, assieme alla propria innocenza; il quartetto le ricupera, sono già proprie ed elaborare queste melodie così semplici, ma allo stesso tempo coinvolgenti, è giuoco facile per loro, poi “Myrrh” si leva austera, ed è un ripercorrere i propri passi, dopo essersi liberati d’ogni peso del passato, pronti ad un nuovo viaggio. Perché gli Ataraxia sono degli esploratori, attraverso la loro opera ci accompagnano in mondi nuovi, alle periferie d’un universo che, ne siamo consci, mai conosceremo a fondo. Un limite impostoci dalla Natura, ma che possiamo considerare in una accezione assolutamente positiva, perché la fantasia possa correre libera si rende necessario liberarla dai gioghi della conoscenza. Un brano d’una bellezza che, credetemi, mi è difficile descrivere, commovente, e riuscire ancora, dopo tanti anni, a rendere così sublime la musica, questi nove minuti scarsi che mai vorrei terminassero, è il segno esatto della loro Arte, la misura d’una espressività che è difficile contenere. “Rosso sangue” è circonfuso d’una aura drammatica accentuata dallo strumentismo elegante ma asciutto e dai cori severi, questa è la forma che gli Ataraxia hanno modellato negli anni, colle loro mani sapienti di artigiani della musica, producendo la loro bottega ogni volta calchi mirabili. “Galatia” è il pianto di chi, sul molo, vede il bastimento allontanarsi, solcando i marosi irati, e teme che quella sarà l’ultima volta… Sì, mi sono lasciato suggestionare dal titolo (Galatia/Galati…), ma le sei corde pizzicate con destrezza e la voce che sussurra danno davvero la sensazione d’un lungo viaggio verso l’ignoto, suggellato da un commiato appassionato. Poi con “May” ci si avvia al tramonto, la chitarra spande le sue note, centellinandole, ed il complesso verga pagine di dolente epica crepuscolare che “Vertical”, che l’accompagna, lascia sullo sfondo, pronta a riemergere ed a far visita alla nostra anima nel fondo della notte. E’ un alternarsi di emozioni, ritrovare una voce così ferma, quella della Nicoli, intatta come quella degli esordi è stupefacente, eppoi come non lodare la perizia dei compagni di viaggio, Vandelli, Pagliari, Spaggiari, dei Maestri che però non fanno sfoggio imbelle della loro sapienza d’esecutori e di compositori provetti, eppure potrebbero farlo, ricorrere al mestiere senza alcun sforzo, ripetere sempre lo stesso esercizio… Non ci sono stazioni o soste, si prosegue con passo fermo, ché la strada da compiere è ancora lunga, ma la compagnia vivace di questi brani renderà il passo leggero. “Ubiquity”, “Phoebe” (profonda, meditata, possiede una struttura descrittiva che mi ricorda qualcosa, ma che mi sfugge, sono solo brandelli che emergono dalla memoria, chissà, forse la colonna sonora d’uno sceneggiato degli anni settanta, ma ero piccolo…) ci conducono alla classica seconda parte di “Alexandria”, nobile suggello di Deep blue firmament, il quale ci congeda affidandoci alla confortevole consapevolezza che Ataraxia ha mantenuta ben viva la fiammella della ispirazione, anzi la ha nutrita ed essa arde vivace. Spero davvero, a questo punto, di assistere presto ad un loro spettacolo, al quale manco da troppi anni ormai.
http://www.ataraxia.net
http://www.facebook.com/AtaraxiaFB
http://www.sleazyrider.com

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