Recensione: Ripper

Citati da Mario “The Black” Di Donato nella biografia recentemente dedicata al grande Artista abruzzese, oggetto di ammirazione (sovente non dichiarata esplicitamente) di addetti ai lavori/colleghi/appassionati di cose dark, ai texani Ripper è toccato in sorte vestire panni (scomodi) di cult-band. Ovvero venir confinati in quel limbo indefinito ove giaccono testimonianze validissime, custodite gelosamente da pochi cultori, e che talvolta trovano improvvisa glorificazione grazie ad una nota inserita nello spazio dedicato ai ringraziamenti del booklet di pubblicazioni che godono di più ampio respiro (anche perchè in quel momento semplicemente di moda). La Black Widow Records (e chi sennò?) si fece carico di riesumare (letteralmente) il loro “…And the dead shall rise” nel 2003 (il 31 ottobre, non a caso): questa operina di hard/metal horrorifico, pubblicata originariamente in picture-LP nel 1986, causa una tiratura non proprio ampia, rappresentò fino ad allora una vera e propria leggenda. Giungiamo ai giorni nostri, ed la presente Third witness: originariamente concepito per essere interpretato da Steve Sylvester (presente comunque alle vocals sulla riuscita cover/omaggio “Sabbath bloody sabbath”, inutile che vi ricordi chi la compose, no?), è cantato intieramente da Rus Gib (una delle peculiarità di “…And the dead…” era rappresentata dalle vocals equamente divise tra tutti i membri della band), con il carismatico Rob Graves, unico superstite della line-up originale, che si limita a far ruggire le sue chitarre. Dark metal dalle solide fondamenta hard (con dedica sentita a Ronnie Montrose, non è un caso), con iniezioni di Pentagram-sound a rendere il muro del suono eretto dal quartetto ancora più possente. Oltre alla citata “Sabbath bloody sabbath”, da sottolineare i densi impasti sonori di “Dead dreams” e di “Fragrant earth”, “Goin’ green” interessata da un batterismo serrato a-la Hasselvander (due sono gli skin-beaters accreditati, Don Ramirez, con Stephen Bogle già presente su “The dead have rizen” del 2009, e Robert Bogle), e la fumigante “Morphinia”, episodio che esalta la coralità di un gruppo che altrimenti parrebbe ridotto a solo-project dell’enigmatico Graves. Chiusura affidata a “Sabbath bloody sabbath”, e qui il livello si impenna, il confronto con la leggenda Sabbath induce i nostri a dar fondo a tutte le loro risorse esecutive: rispettosa rilettura di un brano che non necessita più di ulteriori coloriture. Buon disco, Third witness, che magari suonerà datato ai più giovincelli, ma sicuramente dotato di enigmatico fascino.

Discografia Ripper:
1986: …And the dead shall rise – Iron Works (ristampa Black Widow Records 2003)
2009: The dead have rizen – Black Widow Records
2015: Third witness – Black Widow Records

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