Recensione: Ten

Artista: Ten
Titolo: Isla de muerta
Formato: CD digipack
Anno: 2015
Etichetta: Rocktopia Records
Sito: http://www.rocktopiarecords.com/www.tenofficial.com
A pochi mesi dall’uscita di “Albion” i Ten tornano sul mercato con il loro dodicesimo disco di studio, il positivo Isla de Muerta. Davvero robe d’altri tempi, nei settanta comune pubblicare dischi a breve distanza l’uno dall’altro, e considerando il rispetto da sempre esternato dal main-man dei britannici, Mr. Gary Hughes, per UFO ed anziani colleghi, non v’è poi da stupirsi troppo. D’altronde non sono nuovi ad imprese simili, per il loro esordio ed il sophomore “The name of the rose” non lasciarono che troppo tempo scorresse l’uno dall’altro. Se onestamente il citato predecessore mi aveva lasciato a tratti perplesso, la doppietta iniziale “Buccaneers/Dead tell no tales” e “Tell me what to do” mi ha ben predisposto all’ascolto di un albo poderoso, compatto e dotato di indubbio charme. I fasti del passato sono sepolti sotto uno strato di polvere? Non direi, “Acquiesce” è godibile con le sue tastiere, eppoi le tre chitarre (il veterano John Halliwell ed i recenti innesti Dann Rosingana e Steve Grocott) si danno da fare, empiendo ogni spazio. Steve McKenna è titolare al basso (fece il suo primo ingresso già ai tempi di “The robe”), Darrel Treece-Birch e Max Yates fanno la loro parte tanto che stabilire paragoni con chi li ha preceduti non ha davvero senso. I nuovi Ten convincono, la dinamica “The dragon and Saint Gorge” si sviluppa lungo cinque minuti e poco più davvero gradevoli, scorie pomp emergono qui e là (“Karnak/The valley of the Kings” versione metallizzata dei Magnum), la produzione (del solo Hughes, mentre il missaggio è stato affidato a Dennis Ward) è funzionale alla perfetta fruizione di un disco che ascolto dopo ascolto rivela di custodire (e di voler condividere) più d’una perla: apriamo il forziere ed ammiriamo senza pregiudizi, per favore! “Intensify” è sbarazzina e radio-friendly ma non tacciatela di leggerezza e lasciatevi coinvolgere, con “Revolution” ed “Angel of darkness” si alza il ritmo, due song svelte che in un conteso di alto livello come quello di Isla de muerta non incidono più di tanto (altrimenti le citeremmo tra gli highlights), ma ovviamente è questione di gusti, lasciano trasparire quel gusto per la narrazione epica che comunque fa parte del DNA degli albionici, “The last pretender” non aggiunge nulla ad una track-list bella ricca, è comunque piacevole, ottima chiusura di un disco che comunque prevede pure una bonus-track titolata “We can be as one”, piece tutto sommato trascurabile (esercizio vocale per uno Hughes in vena di romanticherie). Molte luci, alcune ombre, quasi impercettibili, Isla de muerta rappresenta l’ottimo futuro di un combo che con tenacia prosegue lungo la sua via, incurante di mode e tendenze. Un uomo al comando, ma una squadra convinta che lo segue. Meglio fare così, badare al sodo ed avanti!

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