Myland: Tales from the inner planet

Artista: Myland
Titolo: Tales form the inner planet
Etichetta: Autoproduzione
Genere: Melodic Rock/A.O.R.
Distribuzione: —
Anno: 2013
Formato: CD – CD Special Edition
Contatti: http://www.mylandmusic.com
In un’epoca leggendaria un manipolo di valenti musici coagulò dando vita a dei complessi che codificarono un genere, dando ad esso delle regole che via via vennero elaborate fino a portarle ad uno stadio di perfezione tale che ogni ulteriore evoluzione pareva utopica. Dominarono stadi ed arene, facendo di un continente l’Eden ideale al quale schiere di devoti seguaci ambirono, molti di essi fallendo nella titanica impresa.

Trattare il rock melodico nel 2013, dopo anni di ostracismo imposti da mode fugaci che le major fecero presto loro, gettando letteralmente al vento anni di investimenti, parrebbe folle a chi, ibernato ad inizi ’90, si risvegliasse oggi. Ma non sarebbe l’unica, e notevole, differenza che noterebbe, non senza subire un legittimo shock. Il mercato discografico, così come lo conoscevamo anni or sono (nemmeno molti, per la verità), è imploso anche a causa delle scellerate politiche messe in atto dalle (presunte) onnipotenti label che avevano soggiogato il music-business alle loro ragioni (che erano quelle del profitto ad ogni costo). La musica non più veicolo di Arte e di ingegno, bensì mera voce di bilancio. Ma quella formula alla quale sopra mi riferivo, l’Ambrosia che gli Dei dell’A.O.R. suggevano per trarre ispirazione e per nutrire il loro genio, è stata custodita gelosamente in teche di cristallo, e con parsimonia distribuita ai più valenti discepoli, nell’attesa, o speranza, che i Grandi si risvegliassero.

Ma degli Antichi, ai quali il dovuto rispetto viene ancora tributato, ci mancherebbe!, non si sente l’impellenza, verificato che il nuovo millennio ha visto nascere e fortificarsi realtà di tutto rispetto. Ed è l’Italia nostra, la culla della Cultura e della Bellezza, ad essersi assunta l’onere del Rinascimento del rock melodico. Riuscendo in quell’impresa che altre nazioni avevano fallito, o raggiunto solo in parte.

Certo, tutto è mutato, attorno a noi non esistono più coordinate definibili: supporti fisici, formati, distribuzione, ed i gusti del pubblico che nei nuovi canali di fruizione ha trovato la soluzione (esiziale però per la qualità) ideale per ottenere con minimo sforzo ciò che desidera (o meglio, ciò che gli viene prescritto). Che senso ha, oggidì, pubblicare un disco fisico? Eppure c’è chi ancora si affida a questo strumento, per raggiungere l’anima dell’appassionato, sempre pronta ad aprirsi alle sparute novità.

I Myland consolidano lo status di eccellenza che spetta loro in virtù di un curriculum inattaccabile. Non si legano a nessuno e danno alle stampe un disco perfetto, per bilanciamento fra melodia ed impeto, graziato da una produzione cristallina e da una performance impeccabile. Il contributo che gli strumentisti forniscono a brani immacolati come “In the rising sun” è straordinario: la tronituante batteria di Paolo Morbidi ed il basso di Fabian Andrechen forniscono le fondamenta, la chitarra di Hox Martino (che su “Heart and soul” si cimenta alle lead vocals) e le tastiere di Davide Faccio edificano strutture audaci e dalla sorprendente snellezza, sulle quali s’arrampica con agio la splendida voce di Ruben Sacco. Tredici tracce (più la bonus “The warfare is over”, prevista per la special edition) fra le quali non si contano le migliori, essendo l’apparato intiero omogeneo non ostante la sua estesa durata. Nessun riempitivo, nessun calo di tensione, per una serie di canzoni vincenti che sarebbero destinata a conquistare quegli stadi che, pur troppo, sono desolatamente vuoti. Perché dobbiamo rassegnarci alle dimensioni più ridotte (ma anche più intime) alle quali non solo il class/A.O.R. è destinato. Lontani dalle masse, ma forse più vicini al cuore di chi questa musica mai la ha abbandonata, continuando ad apprezzarla, a cercarla. Chissà che un giorno le coscienze non si risveglino, ma abbandoniamo per ora sogni o speranze e rientriamo nella concretezza di Tales from the inner planet, disco da ascoltare a volume adeguato, nel chiuso della propria stanza o percorrendo una qualsiasi italica strada, perché a questo è destinato, ad essere assimilato, apprezzato, esaltato, come i suoi creatori meritano. Grande rispetto per chi, come i Myland, crede nel proprio operato, impegnandosi per ottenere un risultato che sarà comunque inferiore all’impegno profuso, ai sacrifici compiuti per donare al proprio pubblico oltre un’ora di puro piacere, Tales from the inner planet resisterà al Tempo, perché in una dimensione ideale rimarrà sospeso, quella che ha reso immortali quelle Opere del passato remoto al quale mi riferivo in apertura. Disco dell’anno? Candidatura di peso, questo è garantito!

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